VRUBEL: IL DEMONE E IL PROFETA
 
Estratto dall’articolo pubblicato sul trimestrale di arte contemporanea "Terzo Occhio", anno XXVII, Dicembre 2001, per gentile concessione delle Edizioni Bora, Via Jacopo di Paolo 42, 40128 Bologna.
 

“Genio dell’umanità
dalle ali iridate, 
sconfitto dal grigiore 
della vita prosaica”.


Qualcuno scrisse questa
frase a commento 
de “Il Demone”, dipinto 
da Vrubel nel 1901.
Parole che sembrano 
adatte allo stesso artista,
il cui genio, in bilico tra
follia e misticismo, 
lasciò un segno profondo
nella pittura europea
del primo Novecento.


Autoritratto, 1905,
Acquerello, carboncino e gouache su carta
Museo Russo di San Pietroburgo

 

Nato a Omsk nel 1856, Mikhail (…) dopo la laurea in giurisprudenza a San Pietroburgo (1879) s’iscrisse all’Accademia delle Arti, che frequentò dal 1880 al 1884 (…). La sua religiosità, ma soprattutto la capacità di adeguarsi, all’occorrenza, a moduli estetici tradizionali, fecero sì che fosse chiamato dal professor Adrian Prakhov a restaurare la chiesa di San Cirillo a Kiev, ricca di mosaici del XII secolo. Durante quel soggiorno (1884-1889) Mikhail proseguì nell’evoluzione di un proprio stile personale, di cui resta un mirabile esempio ne La discesa dello Spirito Santo sugli apostoli. Ovviamente Vrubel dovette attenersi al carattere monumentale dell’opera e non mancò di ricreare i contrasti cromatici caratteristici dell’arte musiva, ma evitò la fissità iconica tipicamente bizantina e introdusse una decisa caratterizzazione fisiognomica dei personaggi, la cui esaltazione mistica fu rimarcata usando come modelli i volti dei pazienti di una clinica psichiatrica poco distante dalla chiesa (…)..























Pentecoste, 1884, 
dettaglio di affresco, 
Chiesa di San Cirillo a Kiev

A questa fondamentale esperienza seguì, nel 1885, un nuovo viaggio di studio in Italia (già nel 1874 aveva soggiornato a Venezia e Torcello per poi scendere a Roma…).
Tornato a Kiev, sperava di partecipare alla decorazione della cattedrale di Vladimir, da poco costruita per celebrare i 900 anni dall’introduzione del cristianesimo in Russia, ma i suoi bozzetti, benché apprezzati, furono rifiutati perché lo stile non si armonizzava con il realismo degli altri pittori. Il fallimento del progetto e le conseguenti difficoltà economiche misero in Vrubel in una condizione psichica difficilmente descrivibile. Iniziò allora la ricerca di una pittura capace di superare i confini della materia e del colore, per approdare in una dimensione mistica vicina alla realtà ultraterrena. Opere come L’implorazione sul calice o Cristo nell’orto di Getsemani esprimono chiaramente quella tensione religiosa. Quando suo padre, generale dell’esercito, lo andò a trovare a Kiev, nel 1886, rimase scioccato dalla povertà di Mikhail, che possedeva solo un letto, due sgabelli, gli attrezzi da lavoro e il vestito logoro che portava addosso; ma ancor di più lo impressionò la richiesta del figlio: denaro per recarsi a Costantinopoli a cercare il volto di un demone. Per quale motivo?
Già all’epoca dell’Accademia Vrubel era rimasto folgorato dal poema Il Demone di Mikhail J. Lermontov ma ora, nell’esaltata solitudine di Kiev, quell’opera riemergeva in modo prepotente e generava inaspettate reazioni psicologiche. Il demone di Lermontov è un essere soprannaturale, esiliato dal Paradiso, che vaga dolorosamente sulla terra finché non incontra la bella Tamara e se ne invaghisce; il demone uccide l’amante di Tamara e cerca di prenderne il posto, ma la vicenda finisce tragicamente. L’artista dedicò molto tempo a definire i momenti cruciali del poema con schizzi, disegni e dipinti, quasi tutti perduti. Poi, nel 1889, si trasferì a Mosca e portò con sé l’idea fissa di illustrare Il Demone. Stando alla testimonianza di un amico, Vrubel ridipingeva più volte al giorno la stessa scena: per esempio, la mattina le ali del demone somigliavano a quelle di un condor, mentre di sera erano cristalli floreali dai colori cangianti. Quella ossessione segnò una svolta nell’arte di Vrubel, che si allontanò sempre più dalla dimensione realistica per approdare in un mondo onirico, abitato da esseri scolpiti in blocchi cristallo, in cui prevale la cromatica lilla.












Demone seduto, 1890, 

olio su tela, 
Galleria Tretjakov, Mosca

 
Nel 1890 Vrubel contribuì all’illustrazione di un’edizione celebrativa delle opere di Lermontov, ma i suoi disegni furono scartati per l’eccessiva originalità. L’anno seguente, però, un amico lo presentò al magnate delle ferrovie Savva Ivanovic Mamontov, soprannominato “il Medici russo”. Mamontov apprezzò subito Mikhail e lo accolse nel “circolo di Abramtcevo”, la tenuta di campagna dov’erano già ospiti numerosi artisti affermati. Lo stesso anno Mamontov chiese a Vrubel di scendere in Liguria per riportare in Russia il figlio Sergej, convalescente in seguito a una grave operazione (…).
Tornato ad Abramtcevo, Mikhail, come gli altri artisti, subì l’influenza della moglie di Mamontov, appassionata estimatrice dall’arte contadina e collezionista di oggetti popolari che ai suoi occhi rappresentavano la vera anima del popolo russo. L’intero gruppo si dedicò alle attività più diverse (pittura, scultura, falegnameria, ceramica), all’abbellimento di ogni parte della tenuta (la casa, la chiesa, il parco) e alla realizzazione di spettacoli teatrali e musicali ai quali partecipavano sia gli ospiti sia i membri della famiglia Mamontov. (…) Grazie alla protezione di Mamontov, Vrubel ricevette numerosi incarichi per decorare ville della borghesia moscovita: caminetti, stufe, mosaici, vetrate, pannelli decorativi (…).
Gli anni seguenti videro aumentare i riconoscimenti pubblici nei confronti di Vrubel, che oramai s’intratteneva con aristocratici e artisti di grande fama, come la Principessa Tenitcheva e il compositore Rimskij-Korsakov. Ottenuta una certa solidità economica, Mikhail sembrava avere raggiunto anche la tranquillità emotiva in seguito al matrimonio, avvenuto nel 1897, con Nadhezna Zabela, una fanciulla della buona società moscovita che gl’ispirò numerose opere di grande forza poetica, come Nadezhda nei panni della Principessa Volkhova (1898, Museo Russo di San Pietroburgo), La Principessa Cigno, il meraviglioso giardino Lilac (entrambi del 1900, Galleria Tretjakov), Donna con vestito viola (1901, Galleria Tretjakov), e altri dipinti successivi. Ma gli avvenimenti presero una piega diversa.























Principessa Cigno, 1900,
 
olio su tela, 
Galleria Tretjakov, Mosca

 
Nel 1898 Vrubel realizzò Il Profeta (Galleria Tretjakov), meraviglioso dipinto che ritrae una specie di Serafino il cui sguardo magnetico s’incrocia con quello di un uomo ispirato, infondendogli una conoscenza superiore. L’opera era ispirata all’omonima poesia di Aleksandr Puskin che descrive le spaventose sofferenze che è costretto a subire colui che riceve il terribile dono della profezia. È stupefacente la vicinanza di quest’opera con il destino dell’artista. 
Nel 1899 Vrubel fu nuovamente attratto dal Demone di Lermontov e realizzò un’enorme tela: ritraeva un essere alato che si libra in volo sulle cime dei monti. Insoddisfatto della riuscita, prese a realizzare nuovi progetti, freneticamente, quasi con rabbia, cambiando e ricambiando la posa del soggetto, l’espressione del viso e gli elementi di contorno, a volte per giorni e notti consecutive, fermandosi di tanto in tanto per consegnare le opere che nel frattempo gli venivano commissionate. Nel 1901 portò a compimento Il demone caduto (Galleria Tretjakov): un angelo sdraiato tra aspre rocce e penne di pavone spezzate, con le braccia e le gambe contorte in modo innaturale che accentuano il senso della sua disperazione.
Non si conoscono i motivi profondi di questa nuova ricerca che, com’era avvenuto già quindici anni prima, trascinò Mikhail in un’esaltazione quasi incontrollabile. Dalla testimonianza della cognata risultano chiare le intenzioni “formali” dell’artista: il demone caduto doveva esprimere la nobile potenza che giace nell’essere umano, la sensualità e la passione per la bellezza. Si può intuire anche un senso orgoglioso di ribellione dietro quest’opera, alla quale Vrubel non smise di lavorare nemmeno durante le esposizioni di Mosca e Pietroburgo, dove fu presentata nel 1902. Il Demone non riscosse il successo sperato e questo smacco aumentò lo stato di prostrazione psichica dell’artista, determinato dal lavoro spossante. 
L’anno seguente Vrubel subì un altro durissimo colpo: la morte del figlioletto di appena due anni; si conserva un tenero Ritratto del piccolo Savva (1902, Museo Russo di San Pietroburgo). A distanza di poco, Vrubel perse anche l’appoggio del suo maggiore estimatore, Mamontov, finito in rovina per motivi poco chiari. Da quel momento, nonostante l’affetto della moglie, le condizioni psichiche di Mikhail peggiorarono sistematicamente e a nulla valsero le cure del dott. Fiodor Usoltsev (ritratto varie volte).




















Azrael, l’angelo della morte, 1904,
 
olio su tela, 
Museo Russo di San Pietroburgo

 
Negli anni seguenti realizzò altre opere dedicate al Profeta-Serafino, tra cui lo splendido Azrael (1904, Museo Russo di Pietroburgo), un dipinto in cui il cristallismo vrubeliano raggiunge livelli di stupefacente leggiadria. Ritrae un angelo coronato con foglie d’oro che stringe una daga nella mano destra e ha un serpente arrotolato all’avambraccio, mentre nella sinistra regge un incensiere. Un fosco presagio? Forse sì, ma l’ultimo dipinto, La visione di Ezechiele (1906, Museo Russo di Pietroburgo), rappresenta l’estremo tentativo di tenersi unito alla dimensione divina; poi, la cecità e la malattia mentale relegano il pittore in un mondo per noi inaccessibile.























La visione del profeta Ezechiele, 1906,
 
carboncino, pastello e gouache su carta, 
Museo Russo di San Pietroburgo

Nel 1906 il celebre critico Sergej Djaghilev organizzò a Parigi un’imponente mostra sull’arte russa nella quale figuravano anche le migliori opere di Vrubel riunite in un’unica sala che, però era quasi sempre vuota. Alcuni amici dell’artista raccontarono di avervi incontrato spesso un uomo robusto che sostava per ore davanti ai dipinti di Vrubel: era il giovane Pablo Picasso. Vero o no, questo aneddoto esprime bene l’affetto che i russi provano ancor oggi nei confronti di Vrubel, attribuendogli il ruolo di iniziatore delle avanguardie artistiche del primo Novecento. Comunque è assolutamente certo che a Vrubel, morto nel 1910 senza aver mai avuto neppure un allievo, si sono ispirate le avanguardie russe per almeno trent’anni.

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