JACKSON POLLOCK: L'ARTISTA SCIAMANO
 
Estratto dall’articolo pubblicato sul mensile “Il Giornale dei Misteri”, anno XXXII, n.366, per gentile concessione di Corrado Tedeschi Editore.
 



Una bellissima mostra aperta 
dal 23 marzo al 30 giugno 2002
al Museo Correr di Venezia,
e un ottimo catalogo edito da Skira,
ripropongono gli interrogativi 
sulla ritualità dell’arte e sui suoi 
rapporti con la dimensione
spirituale dell’essere.



Jackson Pollock nel 1950, 
con l’immancabile sigaretta

 

11 agosto 1956. Dopo avere passato tutto il pomeriggio e gran parte della sera a ubriacarsi in un bar di New York, in compagnia di due donne da poco conosciute, Jackson Pollock si mise alla guida della sua Oldsmobile decapottabile. Sulla strada di casa l’auto sbandò e finì fuori strada, andandosi a schiantare contro un albero. Si concluse in questo modo la vita di uno dei più grandi pittori del Novecento. A quell’epoca Pollock aveva 44 anni ed era travagliato da problemi che è possibile intuire, alla luce delle passate esperienze esistenziali e spirituali, di solito trascurate dai critici d’arte. 
Era nato nel 1912 a Cody, una cittadina del Wyoming, ai piedi delle Montagne Rocciose, ma le misere condizioni economiche della famiglia lo portarono a Phoenix, in Arizona, e poi in California, a Chico. Nei dintorni di questa città, tra il 1917 e il 1928, il giovane Jackson visitò alcuni siti archeologici pellerossa, frequentò una riserva indiana e fu testimone di riti tribali che, in seguito, avranno un’importanza fondamentale nella sua ricerca pittorica. Intanto, già all’età di 15 anni, era entrato nella spirale dell’alcolismo.



























Jackson Pollock all’età di 16 anni

 
Nel 1928 la famiglia si spostò a Los Angeles e lui, seguendo l’esempio del fratello maggiore Charles, si iscrisse alla Manual Arts High School dove brillò per il pessimo carattere, più che per le doti artistiche. Solo un insegnante, il prof. Frederick Schwankovsky, si affezionò a quel ragazzo ribelle e, forse intuendone la spiritualità latente, forse sperando di guidarlo sulla strada della felicità, gli fece leggere i discorsi di Jiddu Krishnamurti, il giovane “messia” della Società Teosofica. Jackson, molti anni più tardi, quando risiedeva a Long Island, ricorderà con affetto quelle letture, che comunque non erano servite a distrarlo dall’alcol. Fu sempre Schwankovsky a consigliargli di trasferirsi a New York, ritenendo il clima culturale della California inadatto a quell’allievo difficile, che infatti fu espulso dalla scuola e prese a girovagare in autostop nei territori sconfinati degli Stati Uniti.
Nel 1930, a 18 anni, giunse nella “Grande Mela” e si iscrisse a una scuola non accademica, la Art Students League, dove seguì i corsi del pittore Thomas Benton. Gli anni che seguirono furono decisivi per la sua formazione artistica. In quello che si avviava a diventare il più grande centro commerciale del mondo e il nuovo punto di riferimento dell’arte occidentale, Jackson riscoprì la cultura pellerosa grazie a una rivista, American Ethnology, che acquistava assieme al fratello. Nel 1933 ebbe occasione di vedere il muralista messicano Diego Rivera mentre dipingeva una parete del Rockfeller Center, un’esperienza che ravvivò il suo interesse per le opere di grandi dimensioni. L’interesse per il muralismo lo spinse, nel 1936, a lavorare per qualche mese con David Alfaro Siqueiros, Lo stesso anno, grazie a due mostre al Moma, il Museum of Modern Art di New York, si accostò all’arte delle avanguardie europee elaborando una pittura di sintesi tra cubismo, dada, surrealismo ed espressionismo astratto; ma fu soprattutto l’ammirazione suscitata dal Guernica di Picasso, esposto a New York nel 1939, a lasciare nell’arte di Jackson un segno veramente profondo. 



























Composition with serpent and mask
(1938-1941)
Composizione con serpente e maschera

 
Nel frattempo ci furono altri importanti incontri: in primo luogo con la pittrice Lee Krasner, nel 1939, che diventerà sua moglie e resterà sempre la sostenitrice più fedele. Dal punto di vista artistico fu decisiva la partecipazione a una performance di artisti navajo che nel 1941, al Moma, eseguirono disegni di sabbia sul pavimento. La psicanalista junghiana Violet Staub de Laszlo, che dal 1937 aveva in cura Pollock, testimoniò le numerose discussioni avute con il paziente a proposito dell’arte pellerossa, che egli sentiva dentro di sé come “una specie di sciamanica, primitiva attitudine verso le immagini”. Altri amici del pittore attestano la sua ammirazione verso gli artisti pellerossa per via della loro capacità di mettere la sfera onirica in rapporto con la sfera razionale mediante i rituali sciamanici; una capacità che Pollock, e non solo lui, attribuiva anche a Picasso, sebbene per vie diverse dal rito. Caratteristiche di quel periodo sono le immagini totemiche, cariche di simboli magici e sessuali.
Una svolta cruciale avvenne nel 1943, in seguito a una personale tenuta alla galleria Art of This Century, aperta l’anno precedente dalla collezionista Peggy Guggenheim. Peggy, affascinata dai dipinti di Pollock, gli commissionò un grande quadro per la propria villa newyorkese, che immaginava ispirato ai lavori di Picasso; ma non fu così. Per alcuni mesi Pollock restò chiuso nello studio-granaio di Long Island, dove viveva assieme alla moglie. Era depresso, sconvolto dall’alcool, incapace di sfiorare la tela, che restava bianca sul cavalletto, finché una notte una forza misteriosa, si potebbe forse dire un “furore bacchico”, s’impadronì di lui e animò il suo corpo; Pollock gettò la tela sul pavimento e, senza alcun controllo, cominciò a danzarle intorno cospargendola di simboli ignoti che subito dopo inondava di colori. Per due giorni restò in preda di quella furia creativa e quando smise di dipingere si trovò dinanzi a un capolavoro sconosciuto. Quel dipinto “selvaggio” conquistò Peggy Guggenheim e aprì a Pollock le porte del successo internazionale.



























Reflection on the Big Dipper
(1946)
Riflesso nel Grande Immersore

 
Gli anni seguenti furono caratterizzati dall’approfondimento della ritualità, che diventò action painting. Pollock diceva che, mentre ascoltava la musica jazz, sentiva la pittura nascere in lui come un essere vivente che tenta di uscire alla luce; cominciò così a vivere l’esperienza creativa come un gesto sacro capace di provocare una trasformazione interiore, i cui effetti sono visibili nell’opera d’arte. Questa consapevolezza lo spinse ad abbandonare l’alcol per tre anni, fra il 1947 e il 1950. In questo periodo avvenne una nuova svolta stilistica con l’assimilazione del dripping, una tecnica già usata dai surrealisti Max Ernst e André Masson. 





















Jackson Pollock all’opera (1951)

Con Pollock, il dripping diventò un elemento portante del rito creativo: una vera e propria “danza della pioggia”. Sulla base di simboli e ideogrammi predisposti sulla tela, Jackson faceva gocciolare i colori dall’alto, facendoli sedimentavano in forme solo in parte casuali; pur rapito dalla trance estatica l’artista guidava il pennello in volute circolari, sinuose, rettilinee, scegliendo i contrasti cromatici, addensando o rarefacendo le macchie e gli spruzzi per adeguare il risultato finale al simbolo sottostante la “crosta di colori”. Nacquero così capolavori come Alchimia (1947), Foresta incantata (1947), Fuori dalla rete (1949) e tanti altri di quel periodo d’oro, in cui Pollock sembrava avere vinto la battaglia contro l’alcool.















Out of the snare
(1949)
Fuori dalla rete

Ma nell’inverno del 1951 una grave crisi depressiva lo fece cadere nuovamente nell’alcol, che minò in modo irreparabile il suo corpo e la sua mente. I colori dei dipinti si fecero sempre più cupi e la vena creativa sembrò inaridirsi; solo Pali blu (1952) testimonia un breve ritorno alla luce prima della crisi interiore del 1954 che lo spinse ad abbandonare quasi completamente la pittura. L’ultima opera, Ricerca (1955), sembra il disperato tentativo di riprendere il controllo di sé, ma la ricerca fu interrotta dallo schianto della sua automobile contro un albero, in una bella serata d’agosto.

















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(1955)
Ricerca

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